Arte · Eventi

A tu per tu con Emilio Patrizio, nello studio dove nascono e vivono i sogni

“Quel che resta del sogno” è il titolo di una mostra che verrà inaugurata il 22 dicembre a Francavilla al Mare. L’autore, Emilio Patrizio, è stato intervistato per noi da Virginia Marrone.

L'artista Emilio Patrizio nel suo studio
L’artista Emilio Patrizio nel suo studio | Credit: Virginia Marrone

Emilio Patrizio è un pittore che vive e dipinge a Francavilla al Mare. Da più di trent’anni organizza mostre collettive e personali in ambito abruzzese e nazionale, e oggi finalmente si appresta ad allestire una sua antologica a Francavilla al Mare presso il Museo Michetti. “Quel che resta del sogno”, infatti, verrà inaugurata sabato 22 dicembre 2012 alle 17:00 e si potrà visitare liberamente fino al 20 gennaio 2013 ogni giorno, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 17:00 alle 20:00. La mostra, patrocinata dal Comune di Francavilla, è curata da Daniela Garofalo.In occasione del vernissage del 22 dicembre il gruppo del CURT — Centro Universitario di Ricerca sul Teatro — di Pescara si muoverà all’interno del MuMi con una pièce teatrale intitolata “Il velo dell’arte” di Annamaria Caravaggio, per la regia di Luciano Paesani: una breve rappresentazione tratta da “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde.

Daniela Garofalo, che qui citiamo, non poteva trovare parole più esatte e suggestive per descrivere Emilio: «Non è un caso se dal suo studio si vede il mare. All’ingresso, la porta sempre aperta, una piccola esposizione semipermanente di dipinti e sculture. Una stretta e ripida scala conduce al piano superiore, officina della creazione. Dalle finestre a mezza luna filtra la vita così come è. Spazio quotidiano dove, Emilio, spende gran parte della sua vita. […] E “in azienda” accoglie tutti: amici, conoscenti, gente del vicinato, gente d’arte… ». Ed è proprio nel suo studio che ci accoglie Emilio per questa intervista.

D: La tua mostra sarà inaugurata tra pochi giorni a pochi passi da qui: come stai vivendo questi momenti?

R: L’antologica serve anche a fare il punto della situazione, cioè vedere se c’è stata un’evoluzione oppure no, se quelli che sono i tuoi temi fondanti, chiamiamola poetica, poi trovano riscontro con quello che fai. Voglio verificare se quello che dico viene compreso e corrisposto: ogni persona è una memoria esterna di consapevolezza, quindi ogni risposta può farmi comprendere se sto andando nella direzione giusta, se il mio discorso è accettabile all’interno del quadro. È molto importante per me creare­ questo meccanismo di va e vieni. Un discorso fine a se stesso, per quanto complesso, sarebbe filosofia che a me non interessa in quanto pittore.

Prima di diventare pittore a tempo pieno hai fatto il grafico, il fotografo…
Il percorso è in sincrono: fotografia, grafica, illustratore per un paio d’anni e pittore.

Cosa si cela dietro il titolo “Quel che resta del sogno”?
Questo titolo si riferisce al mio sogno, come pure a quello collettivo: io sono un sessantottino per età e per pratica, faccio parte di quella generazione che ha fatto il grande sogno, poi finito nella grande m***a, purtroppo. Questo grande sogno è un sogno globale, totalizzante, non sapevamo neanche cosa voleva dire. Si cercavano altri piani, si cercavano assonanze tra le culture, mentre oggi non si cerca questo, ma si tenta a tutti i costi di sentirsi superiori agli altri. È un capovolgimento totale. Come idea di società, inoltre, si predicava l’equità sociale e si praticava in tutte le istanze: contava solo il contributo che potevi apportare alla discussione, che nonostante tutto aveva un piano più alto se confrontata alle discussioni di oggi. Questo sogno è stato usato e infine distrutto negli anni a seguire, fino ad oggi. E noi siamo responsabili perché abbiamo rinnegato i nostri sogni. A me, se non altro, resta la possibilità di sognare attraverso i miei quadri, la possibilità di proseguire questo sogno collettivo ma anche personale.

La mostra com’è strutturata?
Ci sono due, tre temi che s’intersecano, e secondo me si intrecciano bene!

Le figure che rappresenti sono molto particolari: perché hai scelto proprio queste?
Da fotografo ho fotografato milioni di persone, quindi so bene come sono fatte le persone. Però da subito, ti prego di credermi, sono uscite queste figure. Non spetta a me interpretare il perché di queste figure, per me hanno un valore simbolico, come tutta la mia pittura. Non intendo però il simbolismo come corrente storica, piuttosto alcune simbologie e allegorie possono far comprendere i miei quadri.

Ma ti riferisci anche allo studio della mitologia e dei bestiari medievali? La presenza degli animali ha una valenza simbolica?
Non specificamente. C’è ma non risale al bestiario medievale, anzi, è proprio il contrario. Se nel bestiario medievale la bestia è la parte negativa della persona, nei miei quadri è la parte empatica, la parte che recupera quello che a noi manca; noi abbiamo sviluppato raziocinio, ma per capire l’opera d’arte non serve.
Qui agli animali è demandata la parte empatica e irrazionale. Queste figure umane, ieratiche, ti accorgi che hanno una vita a parte, distaccata dal resto, mentre gli animali hanno una serie di relazioni fra loro e con le cose, e a differenza degli uomini loro si sentono. Animali e persone sono su due differenti piani di consapevolezza: il piano umano pensa al trascendente, e d’altronde solo se sei umano puoi farlo; il piano animale pensa al contingente, cioè alle cose che succedono e con cui ti relazioni in quel momento. Gli animali sono onnipresenti nelle mie opere.

Il cane, ad esempio, cosa rappresenta nei tuoi quadri?
Tu sai benissimo che il cane può sentire anche ciò che tu non avverti più. La bestia sta per conto suo, in un mondo a cui dovremmo poter accedere, ma non abbiamo gli strumenti per farlo perché abbiamo ancora una parte empatica, cheè stata sacrificata. Io non potrei fare il pittore se non credessi nella nostra parte empatica. Credo che il quadro vada giudicato come fonte empatica tra me che lo faccio e tu che lo guardi, se non c’è quel meccanismo il quadro è un fallimento, diventa decorazione.

I riferimenti mitologici invece? Sono presenti?
Non c’è nessuno riferimento mitologico voluto, ma è anche vero che considero la mitologia come un’età del gioco. Questo tema si lega ad un altro tema fondante, per me, cioè quello del viaggio: ci sono un sacco di navigatori che vanno; non sono pellegrini, ma viandanti.

Cosa intendi evocare con questi viandanti?
È come se io andassi in giro per il mondo, fuori dalla storia, in qualsiasi epoca e in qualsiasi luogo  cioè adesso — vivendo diverse situazioni ed estraendone, infine, un singolo fotogramma, cioè il quadro. Quel quadro per me è paradigmatico della situazione, mentre per te sarà un indizio dal quale potresti creare un tuo film personale, antecedente o posteriore al mio fotogramma.

Sarebbe quindi una suggestione che potrebbe condurre a una storia, a una situazione?
Esatto. Quello che dipingo fa parte della mia storia, dopodiché se si stabilisce questo ponte tra me e chi guarda la mia opera è perché c’è tra noi una similitudine, ci sono delle assonanze, c’è quel punto in comune che fa, della mia storia, una storia più generale e comune.

Fino ad oggi c’è stata un’evoluzione dei temi da te affrontati?
No, i temi sono sempre quelli. Sono presenti anche i riti di passaggio; in un quadro, per esempio, si vede il fiume Celeiro, che si attraversa durante il cammino per Santiago de Compostela; questo fiume però va al di là della storia, infatti nella scena si scorgono delle coppette che rimandano a quelle utilizzate dai giapponesi per celebrare la morte. Oppure, in un’altra tela,  possiamo incontrare un matador, ma un matador “fatto in casa”, con le galline, i peperoncini! La creatura ha un atteggiamento, una posa stoica, un rimando alla figura drammatica del matador che va uccidendo i tori, ma questa figura qui non coincide assolutamente con il contesto, che è tutt’altro.

Matador
Matador | Credit: Virginia Marrone

I temi fondanti delle tue opere sono il viaggio, il simbolismo di cui parlavamo prima e le regolette morali; ci sono altri aspetti fondamentali per te?
La dimensione del gioco è molto importante per me. Tanti dei miei quadri si spiegano soltanto come un gioco, ed è pur vero che dietro le mie regolette morali c’è la funzione di insegnamento del gioco, una funzione educativa. Il gioco è funzionale a una costruzione di rapporti, ma il più delle volte avviene tra bestia e bestia, le uniche capaci di instaurare tra loro un rapporto empatico, istintivo, di sentire immediato; subito dopo si crea un rapporto tra bestia e persona, ma spesso la persona crede di possedere l’animale, sbagliando, perché l’uomo non è in grado di accedere al mondo animale. L’animale è legato al suo sentire, quello stesso sentire a cui non dovrebbero rinunciare gli uomini. Le nostre percezioni, invece, sono mutuate dai codici e dai rimandi.

Di quali codici fai uso?
Il linguaggio tecnico, per esempio: per indicare una zona in cui c’è un riflesso sull’acqua in secondo piano uso il tratteggio, e questo ovviamente è un artificio. Altro esempio è il pentagramma, codice di accesso al linguaggio musicale. E poi c’è il segno, un segno elaborato dopo tanto impegno e tanta fatica.

Fra le infinite forme d’arte cosa cattura maggiormente la tua attenzione di pittore?
Benché sia ancora in corso un dibatitto sulla definizione o meno di pitture con mera funzione apotropaica e propiziatoria piuttosto che di vere e proprie opere d’arte, mi affascina lo stile bellissimo delle pitture rupestri, come quelle delle grotte di Lascaux, in cui queste figure hanno anch’esse un’avvolgenza unica ed unita al segno. Dietro queste pitture si celano discorsi sull’uso dello spazio e della semiologia dell’immagine anche abbastanza complessi, che ho approfondito nel corso degli studi frequentando diverse facoltà: architettura, lettere, antropologia culturale.

Di tutti questi anni di confronto continuo con il pubblico c’è qualche episodio che ti è rimasto particolarmente impresso?
Ricordo di una signora che veniva tutti i giorni a visitare una mia mostra. E io un giorno le chiesi perché. E lei: “Tu non hai capito niente! Un giorno leggo una cosa, il giorno dopo trovo un altro piano di lettura…”.

Già, come rileggere lo stesso libro più volte, magari a distanza di anni.
Esatto. Con il  tempo si acquisisce una consapevolezza diversa che permette di trovare nuovi significati in opere già viste. Io mi limito al piano estetico.

Al giorno d’oggi le scienze umanistiche sono meno considerate, a partire dall’ambito scolastico. Qual è il tuo parere a riguardo?
Penso che siano dei deficienti, non hanno capito che non c’è nulla di più formativo di questo, perché dietro la formazione teorica c’è anche quella della storia. E tu ti precludi questa strada? Ci stanno precludendo strade.

Come pittore notoriamente socievole ed aperto ai cambiamenti, osservo che ti sei ambientato perfettamente con social network quali Facebook o Twitter.
Da un paio d’anni mi sono iscritto a Facebook, l’ho ritenuto un atto doveroso per muovermi sullo stesso terreno dei ragazzi e non solo. Ricordo che l’anno scorso quaranta persone avevano visto un quadro mio nell’arco di una giornata. Una potenzialità incredibile! Con facebook posso mettere un quadro ogni volta che lo faccio, la mia media è di un quadro al mese. Le risposte e i commenti, inoltre, mi aiutano anche a capire alcune cose.

Con il web le distanze si accorciano notevolmente, in effetti…
Sai chi sono i miei fan più entusiasti? Gli iraniani. Uno di loro mi ha detto che trova molta assonanza tra i miei quadri e la loro cultura. Io però non sono mai stato in Medio Oriente.

Qualche punto di contatto potrebbe trovarsi nei colori da te utilizzati come le terre, oppure nelle modularità spesso emergenti, ma anche nella condizione temporale in cui sono “fotografati” i personaggi, bloccati in un istante arcaico, presente e futuro al tempo stesso: ciò riporta subito alla mente il preclassico, lo stesso preclassico dal quale ha attinto originariamente la nostra cultura “occidentale” prima di diramarsi in nuove ed innumerevoli espressioni.
Queste sono cose non conscie, io faccio soltanto il quadro in cui devo stare dentro, punto e basta; però poi se lo vedo meglio, a lavoro ultimato, mi rendo conto di aver usato i colori caldi del deserto, i colori di quella cultura. Ciò probabilmente accade perché vorrei essere anche un viaggiatore nella pittura. Ora vedremo con questa antologica cosa viene fuori. I primi quadri erano davvero brutti, tecnicamente.

Sei affezionato alle tue opere?
No, a nessuna. Affezionarsi ai propri quadri significherebbe affezionarsi ad una sensazione già passata; per me contano questo momento ed il prossimo. Il passato è sullo stesso piano del futuro.

Quindi non collezioni nulla!
No, assolutamente. Spero di non collezionare insuccessi.

Quando hai avuto la consapevolezza piena di volerti dedicare all’arte?
Da subito, dai tempi della scuola. Ricordo che mentre i professori spiegavano io disegnavo. A parte la storia non mi interessavo alle altre materie; poi sono stato un paio d’anni a vendere le collanine in Germania: sconosciuto ai professori, mi hanno bocciato per tre anni di seguito. Mio padre è morto che io avevo quattordici anni e mi mandarono in una scuola che mi permettesse di lavorare in breve tempo: mi fecero studiare da perito chimico! Di quella scuola non mi è rimasto nulla, a parte la sensazione di aver perso tempo. Io invece avrei voluto fare l’Artistico oppure il Classico.
Però con il senno di poi, oggi posso dire di aver ampiamente recuperato in piena autonomia tutto ciò che non mi era stato dato a livello scolastico. Io sono stato un grandissimo lettore. Della piccola biblioteca “Di Giampaolo” di Pescara a un certo punto avevo letto tutto.

La curiosità ti ha sempre guidato, quindi.
Sì, ed è così anche oggi. Poco tempo fa ho imparato l’uso di programmi di grafica digitale per eseguire dei lavori, come per esempio le etichette. Questi cambiamenti vanno affrontati sempre.

Oltre ai saluti rivolti all’Amministrazione comunale e ad i suoi dipendenti, senza il cui appoggio non potresti esporre “Quel che resta del sogno” per tanti giorni al Museo Michetti, chi altro vorresti ringraziare?
Prima di tutto mia moglie, il mio più grande sponsor, che lavora in rianimazione e fa un lavoro faticoso; e poi mio figlio, che a modo suo mi supporta: è uno di quegli avvocati che quando si trova in una città nuova va a vedere le mostre. Entrambi dimostrano nei fatti la loro attenzione per l’arte, per me e per il mio lavoro. Mi fa molto piacere ringraziare anche Nicola Miccoli che ha creato un’azienda che si occupa di vendita, allestimento, supporto di tutte le macchine tecniche per le grandi tipografie: mi aiuta in questa antologica senza che io gli abbia chiesto nulla. Ringrazio molto anche Daniela Garofalo e Cristiana Canosa. E tutti gli amici che mi sono vicini in ogni modo e che mi incoraggiano, il che non è poco.

Come nasce la collaborazione con il CURT?
Negli anni precedenti avevo già avuto contatti con il CURT, una volta ho anche prestato loro dei quadri per contribuire all’ambientazione delle scene. Il CURT agisce all’interno del dipartimento di Lingue e mio cognato insegna proprio in quel dipartimento Storia del teatro, così parlando di “Quel che resta del sogno” è saltata fuori l’idea de “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. È un tema, quello del quadro che invecchia al posto dell’uomo, molto intersecante con la mia opera, con quello che abbiamo detto finora. Volendo fare un parallelo, il mio discorso è l’esatto contrario: io divento vecchio ma i quadri stanno sempre lì, a prescindere dal resto.

Puoi anticiparci qualcosa di quel che si vedrà il giorno di apertura della mostra?
In questi giorni sto preparando un morphing, quindi un’opera digitale da proiettare, in cui sarò presente anche io, con il mio volto; non sveliamo il resto prima del tempo.

Con quali artisti della zona ti confronti continuamente?
Tutti i professionisti. Ci vediamo spesso nelle mostre collettive.

E degli artisti emergenti abruzzesi, invece? Cosa pensi della scena attuale?
Stranamente noto un massiccio affacciarsi all’arte proprio in un periodo in cui l’arte non paga economicamente. Un certo Marinelli, ad esempio, mi ha impressionato: è un ragazzo di vent’anni circa, credo che se andrà avanti così potrà fare scuola, tra dieci anni. La sua qualità nella tecnica e nelle scelte tematiche è impressionante. Ma ce ne sono tanti, di ragazzi e ragazze, davvero validi, ma ben nascosti. Il problema è che la vita è dura e molti lasciano l’arte per un lavoro più tradizionale; ricominciano a dipingere quando sono in pensione, quando ormai è tardi per cambiare.

Se dovessi dedicare uno dei tuoi quadri all’Abruzzo, quale sceglieresti tra quelli in mostra a Francavilla?
Certamente “Utopia”.

Benché ci sia ancora molto e molto ancora da dire e trascrivere (sarà tutto pubblicato qui su Dadabruzzo in un secondo momento) lasciamo l’immaginazione a chi ci legge, riportando ancora una volta i pensieri di Daniela Garofalo, che corrispondono perfettamente al nostro autore, Emilio Patrizio: «Ad ognuno dispensa buonsenso e buonumore, con l’umiltà tipica dei grandi maestri. Questo incessante viavai indica la benevolenza e la stima delle quali meritatamente gode. L’uomo corrisponde all’artista. Non è un caso. È una straordinaria coincidenza.»

Per una panoramica bibliografica e critica su Emilio Patrizio potete visitare il suo sito. L’evento su Facebook, invece, è qui.

Locandina della mostra
Locandina della mostra
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