Arte · Eventi

A tu per tu con Emilio Patrizio, nello studio dove nascono e vivono i sogni (seconda parte)

Dal 22 dicembre il Museo Michetti di Francavilla al Mare ospita “Quel che resta del sogno”, la mostra antologica di Emilio Patrizio, l’artista abruzzese a cui abbiamo dedicato un’intervista che si concluderà con questo nuovo post.

Presentazione della mostra antologica  Emilio Patrizio al MuMi
Un momento dell’inaugurazione della mostra presso il Museo Michetti.
Da sinistra Antonio Luciani, sindaco di Francavilla, Daniela Garofalo, curatrice della mostra, e il pittore Emilio Patrizio

In occasione dell’inaugurazione numerosi visitatori hanno affollato i due piani del MuMi dedicati alle mostre temporanee. Dopo le introduzioni del sindaco Antonio Luciani e della curatrice della mostra Daniela Garofalo, alcuni attori del CURT — Centro Universitario di Ricerca sul Teatro — hanno inscenato Il velo dell’arte di Annamaria Caravaggio per la regia di Luciano Paesani, breve e suggestiva rappresentazione tratta da Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.

Pièce teatrale “Il velo dell'arte”
Una scena della pièce “Il velo dell’arte” di Annamaria Caravaggio, liberamente
tratta da “Il ritratto di Dorian Gray”

Le numerosissime tele, tavole e sculture di Emilio saranno fino al 20 gennaio 2013 le regine incontrastate degli ampi locali del MuMi, richiamando il percorso tecnico e ideale del pittore, che dalla contemplazione dei propri sogni ha saputo trarre il meglio.
Un tripudio di colori, materiali, forme, idee, codici e invenzioni continuamente rinnovati e mescolati invitano l’immaginazione e l’intelletto del visitatore a dialogare con un presente particolarissimo, in una sorta di viaggio atemporale che può raggiungere, senza inganni, la profondità più serena e armoniosa della memoria collettiva.

Alcuni aspetti fondamentali della sua poetica sono espressi senza difficoltà da Emilio Patrizio nella seconda parte di questa intervista, riprendendo il discorso dalle rapide ed essenziali osservazioni dell’autore su alcune opere in mostra: “un quadro tra quelli presenti in mostra si intitola Gusci vuoti: il titolo si riferisce al paguro, che è quello che si frega gli spazi e li occupa. Quando si dice “sei un guscio vuoto”, s’intende che hai la testa vuota, ma in questo quadro la situazione è ribaltata. In un altro quadro, Uovo con sorpresa, c’è l’anguilla perché il capitone si mangia anche a Pasqua, oltre che a Natale. Quindi tutte queste cose nascono dal luogo comune e lo rielaborano: perché le uova dovrebbero avere la sorpresa? Io mi comporto da affabulatore, e lo sono anche nella realtà.

"Solo spine"
“Solo spine”

Ho realizzato una stele a due facce che si chiama “Siamesi”, in cui i due personaggi sono uniti da un lato. In realtà però i siamesi non possono vivere l’uno senza l’altro, infatti qui uno ha l’acqua e l’altro porta il fiore: il fiore non può vivere senz’acqua. Queste sono necessità. Daniela (N.d.R. Garofalo) parla di operette morali, io invece le chiamo “regolette morali”, riferite cioè ai luoghi comuni. C’è sempre questa ambivalenza, che in linguistica si direbbe ridondanza del messaggio. Nel mio caso il titolo è più ampio del messaggio, e in una fase successiva è lo spettatore a sceglierselo”.

D: Queste forme sinuose, queste curve generose che riempiono lo spazio catturano l’attenzione perché sono facili da leggere, o sbaglio?
R: Sono d’accordo con te. Io non farei una cosa difficile, perché prima di poter andare al piano sottostante del messaggio, il messaggio stesso dev’essere facile da decifrare. Se ti interessa, ci sono altri piani di lettura che si avvicinano sempre di più alle mie pulsioni, al mio viaggio immaginario.
Mi torna in mente il famoso Grand Tour. Che cos’era il Grand Tour se non un viaggio iniziatico? Si faceva fare soprattutto alla gioventù in età adoloscenziale, nell’età del passaggio, l’età formativa: un viaggio-passaggio iniziatico attraverso la storia e l’arte.

"Un sogno"
“Un sogno”

È in nome di questo principio universale che nelle tue opere non si nota distinzione tra uomo e donna?
Rappresento una persona. Riconosci che si tratta di una persona? Questo mi basta. Non mi interessa che siano caratterizzati perché la differenza tra uomo e donna non c’è, le stesse cose che sento io le senti tu, le differenziazioni sono artificiali.

Le figure umane che rappresenti hanno le fattezze del tipo africano: fianchi larghi, labbra carnose… è una scelta voluta?
No, io ho sempre fatto così, quindi penso che per me questo è un modo per rappresentare la persona, rispecchia la mia visione.

In che modo riesci ad ottenere l’effetto tridimensionale?
Osservando bene la costruzione di spalle e vestiti si può scorgere una regressione geometrica di alcuni moduli, e ovviamente per realizzare la tridimensionalità di una spalla sul piano a due dimensioni ho studiato attentamente come riuscire a dare l’idea dell’avvolgente. Per me il disegno, che costruisce spazi e figure, è di tipo rinascimentale, e il colore in questo senso serve solo a sottolineare la figura.

Hai sperimentato altri linguaggi visivi particolari?
Sì, ci sono dei quadri che ho realizzato negli anni ’90, sono belli ma di una fatica enorme, e poi non sono stati neanche capiti. Sono dei quadri estroflessi, gonfiati, altorilievi con cui ho sperimentato la pittura su tela, ma avevo seri problemi a dipingere questi quadri perché la luce esterna era sempre superiore a qualsiasi chiaro volessi mettere, e il bianco che mettevo io era sempre inferiore al bianco della luce. Era un altro linguaggio difficilissimo da gestire, considerando il quadro a olio su tela. I canoni della pittura rapportati all’altorilievo. Nell’antologica ci saranno anche queste opere.

Quadro "Prima pioggia"
“Prima pioggia”, uno dei quadri estroflessi in mostra

Cosa ha influito sulla scelta della pittura a olio su tela?
È una scelta di comodo, nel senso che la pittura a olio non dà alibi, perché il colore che usi corrisponde perfettamente a quello che vedrai a quadro ultimato; ci sono tutti i colori, li puoi usare in tutte le maniere: velatura, pennello pieno o con la spatola, mettendo il colore a masse. La spatola mi ha insegnato molto l’uso del colore perché rende fondamentale l’accostamento di colori, e a differenza di quello che si può ottenere sfumando gradualmente ti costringe a fare una scelta cromatica a monte.

Esempio di colorazione con spatola
Una delle opere realizzate con la spatola, in mostra

Esiste un quadro in cui la tua capacità tecnica si esprime al massimo?
Sì, è stato esposto recentemente in una mostra… non è proprio l’ultimo ma è uno degli ultimi e l’ho fatto quest’anno. È uno dei più sofisticati che abbia mai fatto sul piano cromatico, e in più mi rappresenta e racchiude tutto: l’idea del gioco, con tutte le relazioni esistenti tra gli animali; l’animale fantastico, in questo caso la sirena, che non esiste se non nella memoria storica; pennellate e velature allargano la gamma cromatica in maniera incredibile, aumentando la luminosità ed espandendo le forme.

Il titolo?
“Giochi d’acqua”. Mi fermo spesso a riflettere sui titolida dare alle opere, trovo anche in loro un buon indizio per dare un’altra chiave di lettura alle persone, avvicinandole a me.

Un altro modo per semplificare la lettura, giusto?
Esatto. Rientrano in questo anche le sculture virtuali e i disegnini in digitale che faccio di tanto in tanto e che pubblico sul mio profilo Facebook.

Quadro realizzato in digitale "Slow"
“Slow”, un disegnino digitale

Una scelta davvero interessante! A cosa è dovuta?
Lo faccio per non prendermi troppo sul serio e poi mi accorgo che queste cose sono parte integrante del resto, sono realizzazioni con la tavoletta grafica fatte tutte esclusivamente per gioco, per divertimento.

A proposito di sculture: le tue opere realizzate in gesso saranno in mostra?
In mostra ce ne sarà una soltanto, l’unica che mi è rimasta. Anche le sculture sono state fatte per gioco.

Riesci a lavorare la materia senza difficoltà?
Mi ci trovo benissimo, ma non ho lo spazio. Una volta ho lavorato la pietra bianca della Majella, ho fatto una scultura piccola ma poi la polvere… Ho dovuto fare una scelta obbligata. Cerco il tridimensionale in pittura e questa tendenza emerge anche nelle sculture virtuali realizzate al computer, che si possono vedere da tutti i punti di vista.
Mi chiedo: hanno lo stesso valore della scultura reale, anche se prescindono dal rapporto tattile? A rifletterci bene cosa succederebbe se oggi provassi a toccare la “Pietà” di Michelangelo? Mi taglierebbero le mani! Non si può toccare, dunque viene annullato il rapporto tattile, esattamente come accade anche nelle mie sculture virtuali, che sono sempre cose fatte per Gioco con la “G” maiuscola.

Ci sono cose che non ti soddisfano di tutto ciò che hai realizzato finora?
Tantissime, ma le accetto perché sono la testimonianza di un momento che ho vissuto, ed è molto gratificante: un quadro lo fai sotto una spinta emotiva forte e quella spinta prevale su tutto il resto e ti fa stare meglio. Il quadro mentre lo fai si sfiamma, è una sensazione che va scemando in pochi giorni e mentre stai per ultimare quel quadro, in realtà stai già pensando al prossimo. È la testimonianza del mentre lo fai e gli infondi la vita, percorrendo il viaggio.

"Cornucopia", olio su tavola
“Cornucopia”, olio su tavola

Come nascono le tue opere? Segui una procedura particolare?
Uso una tavola che si abbassa dal soffitto diventando una grande parete su cui disegnare. Per disegnare uso la carta modello, la velina.

Parti da un soggetto già definito a priori?
A volte parto dall’idea, quindi dall’approccio a un soggetto già scelto, ma non è sempre così.

Cosa ti aspetti da questa antologica?
Voglio vedere soprattutto quanto si recepisce, e non è nemmeno una questione di età. Mi relaziono con ragazzini di quattordici anni che se ti vogliono capire lo fanno perfettamente. Ai ragazzi e ai bambini che vengono qui a disegnare e che mi hanno riempito di fasci e fasci di disegni dico sempre: “Guardate che è più quello che prendo io da voi, e non il contrario. Cosa volete prendere da me, il fatto tecnico? Io da voi prendo molto, un approccio totalmente diverso e fuori dai miei moduli, io non riesco a usarli questi moduli vostri, però sono affascinanti, a volte più giusti, e provo a prenderli. Questa è stata una svolta per me, iniziata circa quattro anni fa: un’apertura mentale.

Cosa ti ha fatto cambiare idea?
Proprio il rapporto continuo con i ragazzini mi ha svelato la loro ricchezza rispetto alla mia chiusura e rigidità, alla mia secchezza. Per fortuna ho scoperto quel mondo che mi stavo precludendo, uscendo appena in tempo dai paletti che mi ero posto prima.

Come hanno iniziato a venire i bambini qui nel tuo studio a San Franco?
In tutto il quartiere sono in dieci, e visto che non li ho cacciati sono rimasti! Ma vengono di continuo. Con loro sono stato chiaro, sanno che questo non è un doposcuola, che io non sono un maestro di scuola: ho detto loro che possono fare quello che vogliono. E fanno di tutto. Spesso li osservo con piacere, ma qualche volta devo cacciarli perché fanno anche danno. Sperimentano di tutto, dai materiali ai colori, ai pezzi di cemento, imbrattano tutto, però concludiamo sempre con una sperimentazione.

Emilio Patrizio tra alcune creazioni al pian terreno del suo studio
Emilio Patrizio al pian terreno del suo studio, con la stele a due facce “Siamesi” sulla destra e “Utopia” alle sue spalle, opera che il pittore ha dedicato all’Abruzzo.

Come descriveresti il tuo rapporto con Francavilla?
Fin dall’infanzia ho avuto un rapporto fantastico con il mare. Avevamo una casa distante pochi metri dal mare, vicino a una famosa gelateria di Francavilla. Anche se vivevo a Pescara, quella casa era il mio rifugio. Il mare mi dava tutto, soprattutto da mangiare: cozze, vongole, cannolicchi, ostriche. Preparavo delle insalate di riso buonissime, a base di mare. Fino all’età di venticinque anni ho vissuto a Pescara in un palazzina di otto famiglie, ma dopo tutti quegli anni ne conoscevo solo quattro. Invece qui conosco anche le pietre della strada, l’equilibrio è ben preciso. Questo è il quartiere dove le amicizie durano. A Francavilla paese sto iniziando a entrarci davvero soltanto oggi, dopo quarant’anni, perché tendenzialmente si chiude a riccio e non è facilissimo essere accettati.

E delle numerose mostre che si stanno avvicendando al MuMi da qualche anno cosa pensi?
L’amministrazione attuale e l’assessore Pina Rosato sono molto attivi, e sono contento di questo. Ci sarebbe qualcosa da perfezionare, certo, ma è comunque bello sentir finalmente parlare di arte che non si riferisca esclusivamente al Premio d’Annunzio o al Premio Michetti: è comunque un inizio.

E proprio a questo inizio, capace di catalizzare la viva attenzione di una platea sempre più eterogenea, ci auguriamo possa contribuire “Quel che resta del sogno”, scorcio di un’  Umanità che ha voglia di interrogarsi giocando, ma fino in fondo.

Per una panoramica bibliografica e critica su Emilio Patrizio potete visitare il suo sito. L’evento su Facebook, invece, è qui.

Testo e foto di Virginia Marrone

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