Arte

A Rapino, l’incontro di due percorsi nell’arte contemporanea (I parte)

“Incontri. Due percorsi nell’Arte Contemporanea” è il titolo di una mostra ospitata presso il Museo della Ceramica di Rapino durante le festività natalizie. Virginia Marrone ha conosciuto e intervistato le autrici delle opere esposte, due giovani ragazze abruzzesi.

Museo della Ceramica di Rapino
L’antico complesso di Sant’Antonio a Rapino, adibito a Museo della Ceramica. Ospita eventi e mostre artistiche.

Non capita tutti i giorni di prendere la decisione fulminea di visitare una piccola mostra, in un piccolo centro abruzzese, avendo poco tempo a disposizione.A poco più di ventiquattr’ore di distanza dalla linea che separava l’anno vecchio dal nuovo, sono andata a Rapino, paese alto collinare della provincia di Chieti che dal 20 dicembre 2012 al 6 gennaio 2013 ha ospitato una piccola mostra di due giovanissime artiste abruzzesi, Laura Della Valle e Giada d’Addazio.

Il comune ha deciso di destinare a questo genere di attività una sala dell’antico complesso di Sant’Antonio, costruito del XVII secolo ed oggi conosciuto per l’interessantissimo “Museo della Ceramica”.

Il titolo della mostra, “Incontri. Due percorsi nell’Arte Contemporanea”, è stato a dir poco profetico, poiché dalla mia visita è scaturito un bell’incontro, corredato da un piacevole scambio di idee con le curatrici-autrici della mostra. Per cui veniamo a loro, Laura Della Valle e Giada D’Addazio.

D: Vi conoscete da diversi anni e condividete molte esperienze, partendo dall’Accademia. Come e dove nasce il vostro incontro effettivo, quello sul piano intellettuale ed artistico?

Laura: sin dal primo momento l’intesa a livello epidermico è stata immediata e proprio da lì, conoscendoci e confrontandoci, ci siamo scoperte particolarmente affini, soprattutto perché condividevamo lo stesso spirito di scoperta nei confronti dell’arte e delle sue infinite possibilità espressive; era tutto uno sperimentare, sia dentro che fuori l’accademia.

Sperimentare in che modo?

Laura: neanche la mancanza di materiali con cui dipingere poteva placare il nostro entusiasmo. Spesso, durante le nostre numerose serate passate tra musica e pittura, utilizzavamo come supporto per i nostri lavori cartelloni pubblicitari lasciati fuori dalle edicole, ritagli di tavole di legno delle industrie, avanzi di smalti e vernici e tutto quello che ci sembrava utile.

Ci siamo incontrate sia sul piano artistico che intellettuale in poco tempo, proprio durante quelle serate di totale libertà trascorse solitamente nel salotto di casa di Giada a L’Aquila, dove la musica era una costante e ci ritrovavamo a chiacchierare degli argomenti più disparati, dai libri che ci avevano colpito, ai nostri fotografi preferiti, ai film che vedevamo durante le notti insonni. Raccontavamo di noi, l’una all’altra, esperienze passate e aspettative per il futuro. Il presente lo costruivamo condividendo la nostra passione.

Come è maturata in voi l’idea di questa mostra a due?

Giada: rendendoci conto che nonostante le evidenti differenze stilistiche stavamo affrontando le stesse problematiche, ci è sembrato interessante poter coniugare due linguaggi diversi che, fondamentalmente, parlano della stessa cosa. Altra motivazione altrettanto importante è il concetto di casa, il luogo d’origine. Dopo tutti questi anni di spostamenti e traslochi, abbiamo sentito l’esigenza di riappropriarci della nostra terra e di sentirla in qualche modo più vicina, motivo che ci ha spinto a scegliere come location il Museo della ceramica di Rapino, che è anche il paese d’origine di Laura.

Giada si esprime con bianchi e neri netti, mentre Laura tende a riempire i fondali bianchi con generose campiture di colore. Si potrebbe pensare che non c’è nulla di più contrastante, ma un elemento vi lega indissolubilmente: quel gesto che significa improvvisazione, dinamicità, scorrere del tempo, imprevedibilità. Potete spiegare cosa sottende alle vostre scelte figurative, solo apparentemente opposte?

Laura: ora come ora, con la mia pittura vorrei far vibrare la pennellata nello spazio in tutta la sua potenza cromatica ed espressiva. Come hai detto anche tu, il gesto è il dato che ci lega, un presupposto necessario per entrambe.

Quindi per te cosa significa essenzialmente?

Laura: nel mio caso è soprattutto sinonimo di libertà, di svincolamento da simbologie che forse un tempo mi appartenevano. Si tratta quindi di un gesto evocativo e poetico che spesso rimanda a spazialità aperte appena suggerite dall’incontro tra due macchie di colore, come ad esempio nel caso dell’acquerello su tela vergine “Trasfigurazione” (2012), macchie che partono da punti opposti per correre l’una verso l’altra, fondersi, perdersi.

Laura con "Trasfigurazione"
Laura Della Valle accanto ad una delle sue opere ad acquerello su tela vergine in mostra, “Trasfigurazione” (2012)

Giada, per te il gesto cosa comporta?

Giada: parlo generalmente di improvvisazione in quanto non è solo il mio modus operandi, ma soprattutto perché in maniera del tutto naturale ho sempre fatto delle associazioni visivo-sonore.
Il gesto si esprime in tutte le sue potenzialità: dirompente, pacato, ovattato. È musica. È suono. Segni neri, come nel caso di “Senza titolo”(2009) immersi nel fondo bianco e lucido del materiale di supporto quale la carta fotografica, si traducono in emozioni del segno, in vibrazioni. Neri circolari, filiformi e stratificati formano una struttura, una sorta di sismografo emozionale.

Quindi c’è una relazione strettissima tra segno, forma e suono, giusto?

Giada: ogni segno, forma e suono sono in relazione con il loro rovescio: il vuoto, lo spazio, il silenzio. In “.. …… . ……… ……..” (2012) scrivo un ritmo su un foglio bianco, come fosse una partitura, bucando con un ago la superficie. È un ritmo bianco su bianco e quindi ovattato, appena accennato. Qui nasce la riflessione del vuoto, che come il silenzio è materia sonora. Cage stesso in “433” si serve del silenzio per sottolineare i suoni dell’ambiente circostante, negandolo quindi al tempo stesso.

Da quest’ultima consapevolezza ho maturato, di recente, una riflessione sull’attesa. Generalmente tendiamo tutti a considerarla un “buco”, un tempo indeterminato da dover riempire. “Attesa” (2012) nasce come un’annotazione quotidiana: immergo nel caffè strisce di carta, cronometrandone i tempi di immersione, e decido appunto di utilizzare il colore, che in questo caso è il caffè, proprio per sottolineare la differenza tra vuoto e attesa.

"Attesa" di Giada D'Addazio
Un’opera di Giada D’Addazio in mostra, “Attesa” (2012)

Giada, perché hai scelto la videoarte? Il video “Punctum”, qui in mostra, ripropone una sintonia di idee con Laura, che ancora una volta è tua complice e co-protagonista. Quale storia emerge più palesemente, e quale invece si cela dietro quest’opera ispirata a “La camera chiara” di Roland Barthes?

Giada: il mio interesse per la videoarte è nato in modo inconsapevole. Semplicemente mi divertivo a sperimentare e giocare con la macchina fotografica, senza alcuna aspettativa. “Punctum” nasce proprio così. La sceneggiatura non esiste, o meglio è una vera e propria improvvisazione. Realizzato in stop-motion di 4995 fotogrammi, è stato girato in 12 ore no-stop, in una stanza del mio vecchio appartamento a L’Aquila.

Cosa emerge da “Punctum”?

La narrazione è abbastanza lineare ed emergono i nostri stati umorali più nascosti e imbarazzanti, ovvero quegli atteggiamenti di folle e frenetica isteria che ognuno di noi esterna il più delle volte esclusivamente in solitudine, perché l’abolizione del self-control è troppo rischiosa per un buon mantenimento della propria reputazione sociale.

Barthes dice: “il punctum è quella fatalità che in essa punge”, cioè per lo più un “particolare”, un oggetto parziale che colpisce, “punge” il fruitore di un’opera d’arte in modo del tutto soggettivo. La camera, quindi, si comporta come una persona, come “un occhio indiscreto”. La camera è chi fruisce. Solo voi potete sapere cosa si cela dietro la narrazione. Trovate quindi il vostro punctum.

Un’opera che richiama l’attenzione, dunque! Cosa è significato per voi esporre qui a Rapino?

Laura: soprattutto aver avuto la possibilità di mostrare il nostro lavoro ad un pubblico molto vario, di differenti fasce d’età.

Come hanno reagito le persone? Ricordate episodi particolari?

Giada: trattandosi maggiormente di “non addetti ai lavori” ci siamo divertite a raccogliere i pareri e i comportamenti più disparati, osservando l’approccio spontaneo con le nostre opere. Ricordiamo molto bene di un pomeriggio in cui tra le persone in visita c’era un gruppo di bambini che, appena entrati in sala, sono stati immediatamente attratti dalla proiezione del video “Punctum” e hanno iniziato a divertirsi imitando con fare buffo e teatrale la gestualità delle interpreti, quasi a volerne fare il verso… ed erano più bravi di noi!

Almeno sappiamo qual è stato il punctum per loro! Qui per terra, al centro di questa sala, c’è un “Giardino”. Come è nato e come si è sviluppato?

Laura: “Giardino” nasce come personale interpretazione del giardino zen giapponese, un’installazione realizzata a quattro mani interamente in argilla, dalla quale emerge la nostra volontà di creare un legame col posto e la tradizione del paese: la ceramica.

Secondo la tradizione giapponese del giardino karesansui le pietre che si ergono sono simbolo di tutte le cose del mondo naturale, vere e proprie icone delle cose come le percepiamo, mentre le scanalature tracciate nel terreno richiamano lo scorrere dell’acqua di un fiume.

Giardino
“Giardino” (2012), espressione delle radici abruzzesi di Laura Della Valle e Giada D’Addazio. Opera realizzata dalle due artiste in occasione della mostra a Rapino.

Pace e armonia si raggiungono quando si riescono ad individuare i rapporti tra i materiali, cioè pietra e terra, come protagonisti e leganti della realtà in continua trasformazione. L’opera quindi è una metafora del fluire ininterrotto della vita che conduce inesorabilmente ad instaurare rapporti, seppur fugaci, con le persone e i luoghi che ci circondano.

Impiegare la terra cruda significa stabilire un filo di connessione che non è soltanto quello che mette in relazione il nostro lavoro. È principalmente un gesto che lega tradizione e contemporaneità attraverso l’utilizzo di una materia prima tradizionale come l’argilla, reinventata e reimpiegata in una veste nuova e in una dimensione proiettata a tutto tondo nel presente.

Ringraziandovi per la gentilezza, un’ultima domanda: quale opera, fra quelle realizzate finora, dedichereste all’Abruzzo?

Laura: Senza dubbio la nostra installazione “Giardino”, perché porta dentro di sé l’identità della nostra terra. I materiali scelti ed impiegati nella realizzazione dell’opera provengono infatti dai nostri rispettivi luoghi d’origine, Rapino e Cappelle sul Tavo. Inoltre il voluto rimando alla ceramica tradizionale così radicata in Abruzzo appartiene indiscutibilmente al nostro retaggio culturale.

Per contattare le autrici della mostra: Giada D’Addazio: giadagiuda@yahoo.com; Laura Della Valle: lauramedusa@hotmail.it. Qui, invece, trovate il link alla loro mostra precedente “Incontri”

Fine prima parte
(Testo e foto di Virginia Marrone)

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