Arte

A Rapino, l’incontro di due percorsi nell’arte contemporanea (II parte)

Continua l’intervista di Virginia Marrone alle protagoniste della mostra “Incontri. Due percorsi nell’Arte Contemporanea”.

Giardino, particolare (2012)
Un particolare dell’opera realizzata a quattro mani “Giardino” (2012)

Giada D’Addazio e Laura Della Valle sono amiche dai tempi dell’Accademia di Belle Arti, frequentata per due anni a L’Aquila e ora a Macerata. Entrambe coltivano la passione per l’arte da sempre, e a vedere le opere in mostra e i loro titoli si intuisce che sono frutto di riflessioni continue sullo spazio, sul tempo e sul rapporto che intercorre tra quest’ultimo, il colore e il suono.

Ventiquattro anni Laura, venticinque Giada; in comune hanno molto più dell’appartenenza alla stessa generazione, poiché hanno dimostrato, in questa piccola mostra che si è tenuta a Rapino tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, di saper comunicare all’unisono e senza stonature.

Proseguiamo dunque con l’intervista già avviata da DADAbruzzo, soffermandoci questa volta su altri aspetti fondamentali per le nostre artiste: la formazione, la crescita, le ricerche personali.

Quando è nata la consapevolezza di voler comunicare attraverso l’arte visiva? Chi o che cosa ha rinforzato questa scelta?

Laura: la voglia di immergere le mani nei colori, di disegnare e creare è comparsa in maniera del tutto naturale sin dai primi anni d’asilo. Ricordo l’impegno e la dedizione che riservavo a ogni singolo disegnino che facevo, scegliendo attentamente i colori e tentando di ricreare i dettagli al meglio. Attitudine, questa, che ho conservato costantemente nel tempo e che ho approfondito sempre di più grazie all’aiuto prezioso e delicato di mia madre, mia prima vera maestra di pittura: quando avevo più o meno dodici anni è stata lei a insegnarmi a tenere in mano un pennello, a regolarne la pressione sul foglio, a comporre i colori e ad aver cura degli attrezzi da lavoro, quegli stessi pennelli con cui lei dipingeva da ragazza e che tutt’ora io conservo e utilizzo.

Insomma più dipingevo e più mi appassionavo, per cui non ho avuto alcuna ombra di dubbio nello scegliere una scuola d’arte per gli studi superiori. Ho imparato molto, ma più diventavo brava tecnicamente, più me ne compiacevo e i miei lavori risultavano impersonali.

Ero diventata soprattutto un’eccellente ritrattista, ma sentivo che questo non mi bastava: io dovevo esprimere veramente me stessa! È stato l’approdo all’Accademia di Belle Arti che mi ha praticamente svezzato all’esercizio della tecnica artistica come mezzo fine a se stesso.

È stato un salto qualitativo difficile ma assolutamente importante e significativo: porre in primo piano il concetto e renderlo vero, scopo dell’opera è la volontà che guida tutt’ora il mio lavoro. La tecnica, se necessario, viene semplicemente messa a disposizione.

Senza titolo (2009) di Giada D'Addazio.
“.. …… . ……… ……..” (2012), di Giada D’Addazio, in mostra a Rapino.
Incisione su carta.

Giada: fin dall’infanzia ho nutrito un interesse particolare per il disegno e la musica. Tutto quello di cui avevo bisogno erano i pastelli, un foglio immacolato e il mio inseparabile lettore portatile per 33 giri. Era un’impellente necessità quella di riempire le pareti di casa che, grazie all’accortezza di mia madre, erano state foderate di carta da pacchi bianca.

Fu una scelta quasi obbligata per me il Liceo Artistico Misticoni di Pescara, dove tra i tanti ricordi conservo quello della prima volta in camera oscura, ad esempio: vedevo man a mano l’immagine affiorare sulla carta fotografica mentre altre volte, per mio errore, non vedevo nulla. Sicuramente fondamentali sono stati i primi anni trascorsi a L’Aquila. In Accademia, soprattutto nel laboratorio di pittura, avevamo la totale libertà.

Lì è iniziato il mio processo inverso: tornare all’origine, all’infanzia, sottraendo sempre di più eventuali “ridondanze”, soprattutto sperimentando altri mezzi oltre alla pittura, come il video ad esempio. Il trasferimento a Macerata è stato senz’altro decisivo, in quanto lì ho iniziato a considerare il suono come parte integrante del mio lavoro: questo lo devo anche alle possibilità offerte dalla “Rassegna di Nuova Musica” e alle collaborazioni con giovani artisti come Franz Cardone.

Quali maestri, opere o artisti hanno particolarmente influenzato le vostre ricerche?

Laura: nella mia prima produzione l’influenza surrealista è evidente, soprattutto per l’adozione del cosiddetto automatismo psichico, metodo che conservo tutt’ora nella realizzazione delle mie opere. Successivamente l’impatto con le grandi opere dell’arte informale mi ha segnato profondamente, in particolare la potenza espressiva della materia di Alberto Burri e il colore vibrante di Mark Rothko. Ma i miei capisaldi vanno oltre la pittura: ammiro molto artisti come Marina Abramovic, Robert Mapplethorpe, Tomàs Saraceno, Antony Gormley.

Senza titolo (2009) di Giada D'Addazio;
Senza titolo (2009) di Giada D’Addazio;
inchiostro su carta fotografica, in mostra a Rapino.

Per non parlare poi di quanto abbia ispirato il mio lavoro la filosofia di Ralph Waldo Emerson, tutta incentrata sul concetto di circolarità.
Nella letteratura ho trovato il mio mondo parallelo soprattutto in Christian Bobin e nella poesia di Wislawa Szymborska, Antonin Artaud, Carlos Sànchez e della nostra Alda Merini, per esempio.

Giada: ricordo ancora la prima volta che mostrai i miei bozzetti a Sergio Sarra, ai tempi mio insegnante di Pittura a L’Aquila. Mi disse: “Lei si innamorerà di Francesca Woodman!”. Fu esattamente così. Amavo quegli ambienti desolati e scabri, quello stato di dormiveglia e claustrofilia che caratterizzava le sue foto.

Più tardi, invece, iniziai ad avvicinarmi ad artisti che si avvalevano di una concezione segnica e gestuale come Franz Kline ed Emilio Vedova. Contemplavo i tagli di Lucio Fontana, gli “Acrome” di Piero Manzoni, e tutt’ora ammiro Malevic e il suo quadrato nero, e non mi stancherò mai di farlo.

Stefano Scodanibbio, la Nuova Musica, e in particolare John Cage mi hanno segnata profondamente. In loro ho trovato un saldo punto di riferimento in quanto ho iniziato a considerare coscientemente una stretta relazione tra musica e arti visive.

Il cinema di Antonioni mi affascina, così come quello di Kim Ki Duk. Credo siano direttamente proporzionali in quanto legati dallo stesso senso di sospensione, perdizione, introspezione. Motivi di riflessione li ho trovati poi in Tagore, negli Haiku, in Alejandro Jodorowsky e nell’ I-Ching, che consulto quotidianamente.

Interessante! Oltre a questi riferimenti internazionali, colossi d’arte di tutti i tempi, cosa potreste dirmi degli abruzzesi della scena attuale? Ce n’è qualcuno che cattura la vostra attenzione?

Giada: attualmente la nostra attenzione è rivolta al lavoro di artisti come Sergio Sarra e Stefano Ianni, ma anche al lavoro di pionieri come Ettore Spalletti e Mario Ceroli. Ci interessa inoltre il lavoro di giovani artisti come Matteo Fato, Lorenzo Aceto, Franz Cardone (Pulmonary vibes).

Voi avete preso parte a collettive in diverse città d’Italia: da L’Aquila ad Ancona, da Chieti a Macerata, a Conversano… fino a giungere qui, oggi, a Rapino. Quali di queste esperienze vi è rimasta più impressa e per quali ragioni?

Laura: sicuramente la mostra collettiva “Ancona a mano libera” presso la Mole Vanvitelliana di Ancona a dicembre del 2011. Giada partecipava con l’opera “ . ….. . …… . ………….. . .” (2011) dove utilizzava esclusivamente materiali naturali: legno di bambù, filo di canapa e carta. Io invece partecipavo con interventi installativi e progettuali nella realizzazione dell’ambiente destinato alla performance multisensoriale “Rituale della perdita e della rinascita” (2011).

Come mai è così importante per voi questa collettiva?

Giada: dal momento che la mostra era rivolta principalmente a un pubblico di persone ipovedenti e non vedenti, ci siamo trovate per la prima volta a confrontarci con realtà percettive a noi sconosciute, mettendo quindi in dubbio i limiti della consueta fruizione artistica.

Vivete e studiate a Macerata, dunque potete confrontare la realtà marchigiana con quella abruzzese: quali principali differenze cogliete sul piano dell’insegnamento e su quello di una prospettiva lavorativa per dei giovani studenti come voi, indirizzati all’arte?

Giada: Macerata è una città attenta e dedita alla cultura, poiché come è noto possiede una solida tradizione teatrale, con l’Arena Sferisterio, e musicale, con la Rassegna di Nuova Musica. In più di un’occasione anche noi studenti abbiamo avuto la possibilità di vivere e prendere parte personalmente ad eventi di questo tipo grazie a progetti promossi dall’Accademia in collaborazione con gli enti culturali.

Pensiamo che coinvolgere nuove menti nella promozione della cultura possa essere stimolante per i giovani in cerca di lavoro e anche un buon presupposto per un rinnovo costante degli ambienti deputati a questo tipo di attività. Sarebbe di grande beneficio anche per la nostra regione investire nelle capacità giovanili, per rivalutare al massimo delle sue potenzialità una terra così ricca di luoghi storici e beni culturali come l’Abruzzo. Abbiamo fiducia!

Cosa sognate di fare in futuro?

Laura: continuare a dedicare la mia vita all’arte!

Giada: beh, è chiaro, riuscire a campare di arte senza dover fare la cameriera. E poi raggiungere il Tibet almeno una volta in questa vita.

Questo e ben altro, si spera ancora migliore, possiamo augurarvi per il vostro futuro, forte di un presente così determinatamente appassionato.

Per contattare Giada D’Addazio scrivete a: giadagiuda@yahoo.com; Per contattare di Laura Della Valle scrivete a: lauramedusa@hotmail.it

Testo e foto di Virginia marrone

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