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L’Abruzzo, il Belgio e le miniere di carbone

Il legame tra l’Italia e il Belgio è sempre stato molto forte fin dal dopoguerra. Fu il protocollo italo-belga stipulato nel 1946 a dare inizio a quell’esodo che portò più di 60.000 italiani ad abbandonare la propria patria per lavorare nelle miniere belghe. La strage di Marcinelle, in cui persero la vita 262 minatori di cui 136 italiani, fa luce proprio su questo. All’inizio furono le facili promesse a far gola agli italiani. Si parlava di tanti soldi e della possibilità di essere seguiti dalle proprie famiglie, alle quali veniva assicurato un alloggio. Della silicosi, però, e delle baracche dove le famiglie venivano accolte non parlava mai nessuno. Mio nonno vive proprio questo momento storico e oggi voglio condividere con voi il racconto dei suoi ventisette anni vissuti in Belgio. Ventisette anni di sacrifici descritti in un’intervista fatta cinque anni fa. La prima parte è stata registrata nel novembre del 2008, mentre la seconda parte è stata fatta ad aprile 2009. In questo arco di tempo mia nonna venne a mancare ed allora la storia del Belgio, del loro amore e delle loro scelte assume tutto un altro valore, soprattutto per me. All’epoca non sapevo cosa significasse vivere in Belgio, lontano dalla propria famiglia e dai proprio affetti. Non mi rendevo conto di quanto fosse difficile trascinare il peso di alcune decisioni sulle proprie spalle e sentivo che mio nonno apparteneva ad una generazione troppo lontana dalla mia. Adesso è diverso; oggi che anch’io ho vissuto in quella nazione, maturando l’idea di restare lì per lavorare, proprio come fece lui. “Ventisette”, infatti, sono gli anni che avevo quando per la prima volta ho messo piede in Belgio. Lì ho avuto la possibilità di entrare nei racconti dei miei nonni, vivendoli in prima persona. Ho camminato per le loro strade, ho respirato l’aria del loro quartiere, ho ritrovato il calore di quelle famiglie italiane che sono rimaste lì e ho scoperto che c’è un po’ d’Italia in ogni belga. Questo mi ha fatto sentire sempre a casa.
Ma adesso vi lascio alla sua intervista. Non c’è modo migliore per rendere onore a quella parte dell’Abruzzo disposta a lasciare tutto pur di lavorare e mantenere la propria famiglia. Dei 136 italiani morti nella miniera di Marcinelle la metà era abruzzese. Era il 1956 e la nostra regione si trovò a vivere un difficile momento storico, ma cerchiamo di capirlo meglio avvicinandoci a chi in quegli anni si trovava in Belgio.

Veduta su Charleroi al tramonto
Veduta sui “terrils” di Charleroi al tramonto

Nonno quando hai deciso di andare in Belgio?
Nel maggio del 1955. Stavo lavorando per un’impresa di Lanciano a Torrevecchia Teatina. Lì mi parlarono di questa possibilità. In Belgio cercavano delle persone per lavorare nelle miniere e all’epoca vivevamo nella miseria. Facevo ogni sorta di lavoro per andare avanti: il contadino, il taglialegna, il pastore e venivo ripagato con sigarette, salsicce, olio, vino e frumento. Non avevamo quello che la gente ha oggi.

Com’era la vita nel 1955?
Nel 1955 si lavorava alla giornata. “Si tirava avanti”, come dicevamo spesso io e la nonna. C’erano momenti in cui si lavorava parecchio, ma a volte passavamo giorni senza neppure mangiare. Ero preoccupato perché dovevo pensare a mia moglie. Mi sposai il 6 aprile del 1953. E’ così che iniziò la nostra vita in due. Io e tua nonna facemmo la “fuitina” e così ci ritrovammo a vivere in una stanza e a dormire su una rete singola senza materasso. Avevamo giusto un tavolo, due sedie e qualche posata. Non avevamo niente se non la speranza di poter cambiare il corso della nostra vita.

Quindi hai cercato la svolta nel viaggio verso il Belgio?
Non lo so. Ero davvero disperato quando decisi di partire. Il 25 maggio del 1955 fui mandato a Milano per una visita medica nella quale venni ritenuto “idoneo” per lavorare nelle miniere e la mattina del 27 presi il treno per Charleroi con la mia valigia di cartone. Il giorno seguente dovetti passare un’altra visita medica in Belgio e il 29 maggio, per la prima volta, scesi in una miniera.

Cosa ricordi di quel giorno?
Avevo paura. Più scendevo e più mi sentivo solo. Io non avevo mai visto una miniera prima di allora. Avevo 25 anni e me la stavo facendo sotto. C’era un ragazzo abruzzese con me. Anche lui era spaventato. Si mise a piangere e solo in quel momento mi resi conto che sarebbe stata dura, peggio di quanto pensassi.

Ricostruzione di un percorso nella miniera di Marcinelle, Belgio.
Ricostruzione di un percorso della miniera di Marcinelle, presso “Le Bois Du Cazier”, Belgio.

Dove alloggiavi i primi tempi?
In una sorta di pensione. Dormivo insieme ad altri minatori in una grande stanza. I nostri letti erano divisi da separatori. Mi ricordava molto il tempo del militare. In questa pensione si mangiava davvero male, così chiesi al ragazzo abruzzese con il quale lavoravo se potevo andare a pranzo da loro le domeniche. Lì ritrovai i sapori dell’Abruzzo. Poi alle domeniche si aggiunsero altri giorni della settimana e spesso andavamo insieme al lavoro.
Dovevo cambiare tre filobus per arrivare in miniera. Percorrevo ogni giorno 70 km per andare e tornare dal lavoro. Rientravo in pensione stanco morto e mi sentivo solo. La nonna mi raggiunse dopo sei mesi. A novembre dello stesso anno arrivò con la nostra prima figlia, Ada, nata nel 1954. E’ l’unica dei nostri quattro figli ad essere nata in Italia.

Non ti sei mai pentito di questa scelta? Abbandonare l’Italia e far crescere i tuoi figli in un paese straniero?
Non mi posso pentire perché non avevo alternative. Avevo una famiglia da campare, questo era più importante di tutto il resto. I tempi sono cambiati. Devi capire che prima non aspettavi di avere un lavoro sicuro per sposarti e per mettere su famiglia. Si correvano maggiori rischi rispetto ad oggi. Ti ritrovavi ad avere vent’anni, una moglie da mantenere e dei figli da sfamare. Dovevi trovare un modo per cavartela. La mia soluzione fu in Belgio.

Come furono i primi tempi in Belgio con la nonna?
Ricordo come se fosse ieri la prima volta che la nonna arrivò a Charleroi. Per lei, come per me all’inizio, quella città era “Carleroi”. Non capivamo neppure una parola del francese. Io non ho frequentato la scuola e ritrovarsi a comunicare in francese fu un’impresa difficile. Lavoravo tanto all’inizio, quindi, la nonna stava spesso da sola. Facevo tre turni da otto ore e anche quando rientravo alle undici di sera lei mi aspettava per sapere com’era andata la giornata. Stavamo svegli fino a tardi per pianificare le nostre giornate. Vivevamo in un piccolo bilocale di Charleroi. Avevamo giusto l’essenziale per stare bene. Poi nel 1959 arrivò tua madre, Gianna, e nel 1964 fu la volta di Maria Laura. La famiglia era diventata numerosa, così, la nonna decise di trovare un lavoro. All’inizio lavorò per un’impresa di pulizie di Bruxelles.

Com’eravate trattati dai belgi?
Negli anni sessanta i belgi non potevano vedere gli italiani. Per loro noi eravamo stati mandati nel loro paese per rubare il loro lavoro, quando la verità è che erano pochi i belgi disposti ad andare a lavorare nelle miniere. C’era un forte razzismo verso di noi. Molti locali erano interdetti agli italiani. Spesso trovavi il cartello “interdit aux chiens et aux italiens” (interdetto ai cani e agli italiani) affisso sulle porte dei bar. Così si creò una forte alleanza tra gli italiani emigrati in Belgio. Eravamo davvero tanti, soprattutto provenienti dall’Abruzzo. Le domeniche le porte di casa nostra si aprivano a tutti gli italiani del quartiere e passavamo la giornata a giocare a carte, a mangiare i nostri salumi e i nostri formaggi. La nostra veniva chiamata “la casa della buona accoglienza”. Comunque i rapporti non erano difficili soltanto con i belgi, ma anche con la nostra patria. Per l’Italia noi eravamo i traditori: coloro che avevano abbandonato il proprio paese lasciandolo nella miseria in cui versava.

Tu come la vivevi?
Io ero arrabbiato. L’Italia dimentica troppo facilmente. Noi minatori inviavamo molti soldi nel nostro paese. Io sono rientrato portando con me tutti i miei guadagni e reinvestendoli qui. Se davvero avessi abbandonato l’Italia oggi sarei ancora in Belgio, avrei comprato una casa lì e non sarei mai più rientrato. Invece ogni estate venivo in vacanza in Italia e appena ho potuto mi sono lasciato dietro ventisette anni di vita per rientrare “a casa”.

Non hai mai pensato di abbandonare il lavoro nelle miniere?
Certo. Quasi ogni giorno. Dopo la tragedia di Marcinelle, poi, nessuno aveva più il coraggio di scendere in una miniera. Io ero in vacanza in Italia quando ci fu questa catastrofe. Non ho mai lavorato in quella miniera, anche se ne ho cambiate tante. Principalmente sono stato nelle miniere di Montignie-sur-Sambre e di Anderlues. La cosa, però, di cui si parla poco è che furono davvero tanti gli incidenti avvenuti nelle miniere in quegli anni e tantissimi italiani persero la vita in Belgio. Bisognò attendere la catastrofe di Marcinelle per vedere apportati i primi seri cambiamenti sulla tematica della sicurezza sul lavoro, come ad esempio l’obbligo di utilizzare le maschere antigas che fino a quel giorno erano facoltative. Sia chiaro: non è che il mio lavoro diventò più semplice da un giorno all’altro, però ci sentimmo tutti un po’ più tutelati.

Dove passa la lampada, deve passare il minatore! Di Antonio Nocera, 1949, presso "Le Bois Du Cazier", Marcinelle, Belgio.
Dove passa la lampada, deve passare il minatore! Di Antonio Nocera, 1949, presso “Le Bois Du Cazier”, Marcinelle, Belgio.

Quando avete iniziato a pensare di tornare in Italia?
Dopo la nascita del nostro ultimo figlio, Franco. Era il 1966. Ad essere sincero il mio desiderio, fin dall’inizio, era quello di rientrare nel mio paese. La nonna non era d’accordo. Lei nel corso degli anni iniziò ad amare il Belgio. Abbiamo lasciato lì tanti amici che erano diventati come una famiglia. Spesso mi diceva “ma chi ce lo fa fare? Ormai i nostri figli sono nati e cresciuti qui!”. Ma io ero irremovibile. Così nel 1970, dopo aver fatto domanda di pensionamento, rientrammo in Italia.

Come fu tornare in Italia dopo quindici anni?
Fu deludente. Nulla era cambiato nel “bel paese”. C’era ancora tanta miseria e non riuscivamo a trovare un lavoro. Fu per questo che nell’ottobre del 1971 ripartimmo ancora una volta per il Belgio. I nostri figli persero un anno di scuola belga a causa di questa decisione. Nel frattempo la mia domanda di pensionamento fu accolta e, dopo 15 anni, potevo dire addio al lavoro nelle miniere, anche se è rimasta la silicosi a ricordarmi di quel lavoro. Oddio, io non posso nemmeno lamentarmi: molti miei amici sono morti da tempo. Io sto ancora bene nonostante tutto.

Parlami di questa seconda fase belga.
Quando andai in pensione mi dedicai ad altri lavoretti. Feci un corso per diventare muratore e arrotondavo, come potevo, il mio salario da pensionato. Anche la nonna fu fortunata. Una volta rientrati in Belgio lei trovò lavoro come cuoca presso la “mutualité chrétienne” di Charleroi. Così imparò tanti piatti tipici del Belgio. I nostri figli sono cresciti a ridosso di due culture, di due lingue e di due tradizioni. Non so se si sentano più italiani o belgi. Io mi sono sempre sentito italiano, questo lo so. Così passarono altri dieci anni della nostra vita e questo fu senz’altro il periodo più bello: i ragazzi crescevano, noi avevamo finalmente la nostra stabilità economica e gli italiani iniziavano ad essere apprezzati in Belgio. La Vallonia ci ringraziava per aver contribuito ad arricchire le finanze dello stato. Passavamo le domeniche nei parchi della zona con i nostri amici, sperando di essere riscaldati da un po’ di sole. Per noi italiani in Belgio faceva davvero freddo!

Quando siete tornati definitivamente in Italia?
Nell’ottobre del 1982. A settembre tua madre sposò quello che sarebbe diventato tuo padre dopo che già Ada aveva preso per marito Carlo, anche lui italiano. La mia paura era quella di dividere la famiglia. Maria Laura e Franco erano ancora piccoli così capii che quello era il momento buono per lasciare definitivamente il Belgio con tutti i miei quattro figli.

Cosa ricordi della vostra partenza?
Le lacrime, l’amarezza e la tristezza di lasciare un paese che per ventisette anni ci aveva accolto donandoci un lavoro. All’inizio ho odiato il Belgio, ma alla fine me ne sono innamorato. Abbiamo fatto tanti sacrifici ed abbiamo lavorato duramente, ma abbiamo avuto anche tante soddisfazioni. Ho conosciuto delle persone che sono diventate la mia famiglia e abbiamo lasciato un pezzo del nostro cuore in quella terra.

Oggi, guardandoti indietro, hai qualche rimpianto?
Sono soddisfatto della mia vita. Sarebbe stato meglio vivere ancora qualche anno insieme a mia moglie, ma Dio ha voluto così. Lei è morta il 21 febbraio del 2009 e quel giorno segna la fine della nostra vita in due. Adesso continuo da solo, circondato dall’amore dei miei figli e dei miei nipoti. Spero di poter restare ancora un po’ di tempo… il tempo necessario per tornare ancora una volta in Belgio. Sono passati tanti anni dall’ultima volta che ci sono stato.

Dopo questa intervista mio nonno tornò in Belgio due volte. Le cose erano rimaste più o meno le stesse nella sua Charleroi. E la casa dove ha vissuto gli ultimi anni della sua vita belga è oggi in vendita. Io ogni volta che la vedo sorrido ancora e sono sicura che mia nonna da lassù sorride con me. Oggi li capisco meglio e non so se rientrare in Italia sia stata davvero la decisione migliore. Sono arrivata alla conclusione che non esiste una scelta giusta o sbagliata, ma solo scelte fatte col cuore. E quelle sono sempre le migliori. Questo è il più importante insegnamento che i miei nonni mi hanno lasciato.

 

Testo e foto di Alice Petrongolo

Qui di seguito troverete l’articolo tradotto in francese:

https://dadabruzzo.wordpress.com/articles-en-francais/les-abruzzes-la-belgique-et-les-mines-de-charbon/

 

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4 risposte a "L’Abruzzo, il Belgio e le miniere di carbone"

  1. Sarà che sono un emigrata anch’io… ma questo racconto mi sconvolge. Non riesco ad immagine il dolore di queste persone che lasciavano la loro terra per un paese cosi grigio e sconosciuto. L’emigrato di allora non è quello di oggi che ha internet, skype, compagnie aeree low cost,… ed è anche immerso in un ambiente sociale molto più favorevole ad aprirsi allo straniero, alla diversità culturale. Poi, penso proprio che per il paese adottivo sei e sarai sempre l’Italiano e se torni sei e rimarrai comunque il Belga! E fantastico però aver il coraggio di scombussolare le sue certezze per realizzare il proprio progetto di vita! Complimenti ai tuoi nonni e a te per questa testimonianza 😉

    1. Grazie mille per questo tuo commento! Hai ragione… i tempi erano diversi e grazie all’avvento di internet tutto oggi sembra più semplice! Possiamo dire che le distanze sembrano quasi annullarsi. Penso spesso alle parole di mio nonno quando mi ha detto: “Io mi sono sempre sentito un italiano” perché, contrariamente a quello che dice lui, mia madre si è sempre sentita straniera qui in Italia e straniera lì in Belgio. Quindi non posso che condividere appieno il tuo pensiero 😉 al prossimo articolo.
      Alice – DADAbruzzo

  2. Bellissima questa intervista Alice… Molto.
    La mia famiglia ha vissuto esperienze simili. I fratelli di mio nonno e di mia nonna lavorarono per qualche anno nelle coal mines del Victoria, in Australia. Mi raccontarono l’esperienza dello scendere nei pozzi come una sorta discesa negli inferi. Lasciarono quelle miniere per passare al taglio della canna da zucchero in un altro stato. Si guadagnava meno ma almeno si lavorava all’aria aperta.
    Hai scritto una storia molto bella, a tratti commovente. Da studioso di storia sociale e culturale apprezzo sempre le vicende personali, raccontano più di tante statistiche. La storia è fatta di persone e di vite intrecciate tra loro, spesso lo dimentichiamo.
    Grazie.

    1. Grazie Michele, è sempre bello leggere i tuoi commenti. Sì, penso che quando in una storia c’è un pezzo di vita personale sia più facile comunicare la nostra umanità. Come dici tu, spesso si dimentica che la storia è fatta da essere umani e ci rapportiamo ad essa come se fosse costituita da semplici notizie da imparare a memoria. Io mi ripeto sempre che non è così per non dimenticare 😉

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