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La “tragedia di Marcinelle” raccontata dalla terza generazione.

Quando ho conosciuto Enrica la prima cosa che mi ha colpito è stata la sua determinazione. E’ entrata in punta di piedi nella sede della Regione Abruzzo di Bruxelles parlando di un progetto culturale pensato in vista del sessantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle. Il progetto commemora la catastrofe attraverso due iniziative: una mostra fotografica dal titolo “1956-2016. Il bosco dei ricordi: l’Altra Marcinelle” curata da Enrica Buccione con fotografie di Max Pelagatti e la presentazione del libro “La nostra Marcinelle. Voci al femminile” di Martina Buccione, sorella di Enrica.

foto per articolo Alice

Lo sguardo di Enrica e Martina mira a far luce sulla storia della famiglia di Cesare Di Berardino, nonno delle due curatrici del progetto e minatore abruzzese rimasto vittima della tragedia di Marcinelle l’otto agosto del 1956.

E’ una storia tutta al femminile quella illustrata dalle sorelle Buccione, descritta dalle vedove e dalle orfane di Marcinelle; una storia che scava nel passato personale delle due donne per trasformare il dolore della tragedia in speranza. Speranza che spinge a volere conservare la propria storia personale per affidarla all’osservatore affinché non venga ignorata o dimenticata.

Enrica è figlia della terza generazione di emigrati. Proprio come i suoi nonni, anche lei si è trasferita in Belgio e lo ha fatto con un obiettivo ben preciso: permettere alle nuove generazioni di avvicinarsi al tema dell’emigrazione del secondo dopoguerra. Dopo il protocollo italo-belga del 1946, infatti, ha avuto inizio quell’esodo che condusse più di 60.000 italiani ad abbandonare la propria patria per lavorare nelle miniere belghe. Il nonno di Enrica fa parte di quegli abruzzesi che lasciarono la regione per lavorare in Belgio e lei ci ricorda come all’interno della sua famiglia “ci siano volute tre generazioni per rielaborare il dolore”. Il tema della tragedia, infatti, non fu mai toccato in casa ed è stata la medaglia d’oro al valore civile conferita alle famiglie dei minatori e arrivata in casa Di Berardino dieci anni fa a riaprire questa ferita.

Enrica è cresciuta a ridosso di due culture e due tradizioni: quella belga, filtrata dalla nonna rientrata a Manoppello dopo la morte del marito, e quella italiana, che ha determinato il corso della sua vita fino al momento in cui ha riaperto una porta che dava su un passato difficile per i suoi cari. Cantava canzoni in francese quando era piccola senza capire il perché e mangiava le gaufres come se fosse qualcosa di ordinario. Riaprendo quella porta, però, ha scoperto che non c’era nulla di “normale” nel suo francese e nei piatti tipici della tradizione belga che mangiava da bambina e ha deciso di non volere ignorare le sue radici. Se sua nonna, infatti, ha deciso di andare avanti trascinandosi il dolore di quei ricordi, Enrica e Martina hanno fatto una scelta diversa: hanno dato voce a quel passato dimostrando che è possibile attraversare il dolore portandosi dietro i momenti di crescita, i ricordi più veri, gli insegnamenti più profondi.

Conoscere Enrica è stato speciale, un po’ perché anch’io faccio parte di quella terza generazione di emigranti che scelgono il Belgio per far pace con il proprio passato e un po’ perché mi ritrovo nei suoi racconti, avendo vissuto una storia molto simile che portò mio nonno a lavorare nelle miniere belghe per quindici anni. Lui, però, fu più fortunato, perché al momento della tragedia si trovava in vacanza in Italia e questo mi aiuta a comprendere l’importanza dei suoi racconti e la fortuna di averlo ancora con me. Mi piace pensare che potrà vedere la mostra di Enrica per tornare a vivere quei momenti difficili attraversandoli con un sorriso sul volto e nel cuore. E pensando a questa immagine di mio nonno mi è tornata alla mente una poesia che lui mi ha fatto conoscere tanti anni fa e che parla un po’ della storia di tutti gli emigranti. Allora vi lascio con le parole di Renzo Cappozzo e con l’immagine di una piccola bambina dai capelli biondi che la legge per la prima volta in camera del nonno senza capirne davvero il significato, fino a quando anche lei fa la sua valigia che la porta in Belgio e inizia a guardare la sua terra d’origine con malinconia e nostalgia.

L’emigrante

Ormai siete rimasti in pochi a tornare
come le rondini.
I vostri figli non vi seguono più,
la loro terra è un’altra.
Non sanno cos’è una valigia di cartone
con pochi stracci,
molti sogni e quella sirena che suonava.
La nave si staccava dalla terra
strappandovi i colori della giovinezza.
Quanto sudore, quante umiliazioni e lacrime,
e i ricordi che non ti lasciavano dormire.
La sposa scriveva, la tua vecchia pregava,
e quella canzone bella e triste di Tajoli
ti portava un po’ d’Italia e tanta nostalgia.
Immagini che sfumano dentro le stagioni.
Ma tu torna, torna ancora
perché questa è la tua terra.
Guarda la tua vecchia casa, 
anche se non c’è più
esiste, è lì dentro il tuo cuore.
Entra nella tua chiesa,
porta un fiore a quelle croci.
Perché tu appartieni alla terra
dove sono sepolti i tuoi cari.
Gira ancora per il tuo paese,
qualcuno ti riconoscerà e se un vecchio
ti parlerà dei tuoi
l’emozione ti chiuderà la gola.
Se puoi, ogni tanto, torna dove sei nato.

Ed alcuni, come mio nonno, tornarono davvero dal Belgio perché per loro “casa” era sinonimo di Abruzzo, mentre altri restarono lì ponendo le basi di una nuova vita. Altri ancora, come il nonno di Enrica, non ebbero la fortuna di poter scegliere dove passare il resto della propria vita. Eppure oggi, a prescindere dal destino che ognuno di loro ha avuto davanti, si parla di “tragedia di Marcinelle” per ricordare il coraggio di tutti quegli emigranti che con tanta forza di volontà e tanti sacrifici sono andati alla ricerca della loro occasione per regalare un futuro migliore alle proprie famiglie. E’ giusto ricordare che dei 262 minatori che quel giorno persero la vita a Marcinelle la metà era italiana e 60 di questi proveniva dall’Abruzzo. Io dico che, alla fine, ce l’hanno fatta… ognuno di loro è riuscito nell’impresa di regalare qualcosa di prezioso ai propri cari, qualcosa che non ha prezzo… altrimenti questa terza generazione non si troverebbe qui adesso a dire “grazie” ai propri nonni.

Quindi grazie, grazie a mio nonno che ha avuto la forza di raccontarmi la sua storia e grazie ad Enrica per il coraggio di ripercorrere la propria vita andando alla ricerca della verità.

E adesso vi lascio un po’ di link utili per seguire da vicino gli appuntamenti con la mostra “1956-2016. Il bosco dei ricordi: l’Altra Marcinelle” che verrà inaugurata il 20 maggio presso la Fondazione Pescarabruzzo per poi spostarsi a Manoppello. Dal 7 agosto la mostra approda a Marcinelle (presso Le Bois du Cazier) per restare fino al 25 settembre e, nel mese di ottobre 2016, si sposta presso la sede della Regione Abruzzo di Bruxelles.

Evento 20 maggio 2016 presso Fondazione Pescarabruzzo

Ulteriori tappe verranno definite a breve, quindi restate aggiornati attraverso i seguenti canali:

Questa è la pagina fb del fotografo Max Pelagatti

Qui la pagina dell’associazione “Elle Elle – Lingue e Linguaggi” di cui Martina ed Enrica sono rispettivamente presidente e vicepresidente.

Qui trovate l’evento fb per promuovere l’inaugurazione del 20 maggio.

Qui, infine, un articolo de “Il Centro” firmato da Chiara Morelli che parla del progetto di Enrica e del suo intervento all’ambasciata italiana di Bruxelles per la conferenza stampa di presentazione del programma culturale sulle iniziative legate all’anniversario della tragedia di Marcinelle.

Vi aspettiamo in Italia o in Belgio per ammirare insieme questa esposizione!

 

Testo di Alice Petrongolo
Foto di Max Pelagatti

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