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Nel mondo di un educatore museale

Nel freddo pungente del mese di gennaio, mi avvolgo nella mia copertina e vi scrivo l’ultimo articolo del mese. Nella cartella del mio computer dove salvo le idee che vorrei approfondire con voi, trovo quello che cerco ed è qualcosa che ha a che fare con il mio lavoro.

Spesso mi capita di pensare che ho la fortuna di fare un lavoro meraviglioso perché mi nutro quotidianamente di arte. In un mondo che è in continua evoluzione l’arte si rinnova costantemente e a volte anche per noi “mediatori culturali” è difficile trovare il canale giusto per raccontare una storia. Perché proprio di questo si tratta: siamo narratori che devono trovare la chiave per comunicare al proprio interlocutore il mondo di un artista. Ma il mondo di un artista vive nell’epoca in cui nasce ed affronta le problematiche di quel determinato contesto storico ed è qui che ci scontriamo con un problema rilevante: l’arte ha bisogno del giusto canale per essere compresa appieno.

Penso che il lavoro di una guida turistica, di un educatore museale o di un mediatore culturale non sia poi molto diverso da quello di un insegnante. C’è un unico obiettivo: trasmettere la conoscenza di ciò che si sta analizzando. In una visione romantica delle cose possiamo dire che l’educatore è “custode del passato” alla pari di un museo. Non si tratta, quindi, solo di trasmettere una conoscenza, ma bensì di trovare la maniera affinché questa venga apprezzata a tal punto che qualcun altro sentirà il bisogno di continuare a custodirla.

Un museo nasce per raccogliere la memoria del passato: ci svela ciò che abbiamo imparato, cosa abbiamo cercato di ignorare e cosa invece è stato degno di essere ricordato. Non si può visitare un museo dimenticando questo aspetto. Essere accompagnati in questa scoperta da un educatore museale significa affidarsi a chi ha il compito di trasmettere questa memoria. Non si tratta di trasmettere soltanto nozioni ed informazioni studiate sui banchi di scuola, soprattutto quando si lavora a contatto con un target di interlocutori eterogeneo, che va dalla scuola dell’infanzia fino ad arrivare all’età adulta. Si tratta soprattutto della maniera in cui tali informazioni vengono trasmesse. E allora come ci si confronta con l’altro? Come far capire l’importanza dei luoghi che si visitano ad un pubblico così variegato di persone?

Con gli anni ho capito che un aspetto fondamentale del mio lavoro è legato all’empatia. Mettersi nei panni dell’altro ci permette di creare un’intesa con il nostro interlocutore grazie alla quale riusciremo a coinvolgerlo emotivamente. Ma la stessa empatia è necessaria anche per comprendere appieno un determinato argomento che si sta analizzando, perché bisogna sempre partire dal presupposto che quando si studia la storia di un artista non si fa altro che studiare la storia di un essere umano.

L’empatia da sola non basta se non è affiancata da una giusta dose di pazienza, che devi portare sempre con te insieme al tuo sorriso migliore, all’amore per ciò che stai insegnando e alla curiosità di conoscere meglio chi stai accompagnando. Devi saper trasmettere quel qualcosa in più, quel qualcosa che illumina gli occhi e il cuore di chi ha scelto di conoscere meglio quella determinata regione, quel monumento o semplicemente quell’opera d’arte. Solo mettendo insieme questi aspetti sarà possibile regalare all’altro un’immagine di sé che sia al contempo rispettabile e convincente, un’immagine che ispiri fiducia e che possa essere alla base di un confronto costruttivo. Perché forse non molti sanno che durante una visita non è solo la guida a regalare qualcosa al proprio interlocutore ma spesso quello che si verifica è uno scambio.

Tra i ricordi più belli del mio lavoro non ci sono tanto i complimenti per l’attività svolta, quanto piuttosto i confronti. Spesso l’arte diventa solo un pretesto per aprire la mente verso riflessioni che fino a quel momento non avevi mai fatto e alcuni confronti sanno togliere il fiato, sia che avvengano con un bambino di 4 anni che con un adulto di 70.

I confronti sono il regalo più bello che un interlocutore possa fare ad una guida, perché vuol dire che quest’ultima ha svolto bene il suo lavoro, ma soprattutto che l’interlocutore ha saputo ascoltarlaIn fondo, se ci pensiamo, la guida non è altro che un tramite tra ciò che realmente un’opera è e ciò che potrebbe diventare, tra ciò che si spera di conoscere meglio e ciò che realmente si conoscerà, è una stretta di mano rassicurante che accompagna l’altro alla scoperta di nuovi modi di vedere le cose.

Prima di salutarvi cari DADAfan vi ricordo il nostro prossimo incontro dedicato ai più piccoli (qui trovate tutte le informazioni) e vi do appuntamento al 13 febbraio su questo blog per trascorrere insieme l’ultimo mese invernale:

  • DOMENICHE AL MUSEO E LABORATORIO PER BAMBINI
    domenica 3 febbraio ore 10 c/o Pescara, Casa d’Annunzio

domeniche al museo e laboratorio per bambini

 

Testo e foto di Alice Petrongolo

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