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Due illustri pescaresi a confronto: d’Annunzio e Flaiano al Mediamuseum.

“Adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto; cioè l’orgoglio di esserlo che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto, per esempio quest’estate in Canada, parlando con alcuni abruzzesi della comunità di Montreal, gente straordinaria e fedele al ricordo della loro terra. Un orgoglio che ha le sue relative lacerazioni e ambivalenze di sentimenti verso tutto ciò che è Abruzzo. Questo dovrebbe spiegarti il mio ritardo nel risponderti; e questo ti dice che sono nato a Pescara per caso: c’era nato anche mio padre e mia madre veniva da Cappelle sul Tavo. I nonni paterni e materni anche essi del Teramano, mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita, in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi… Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora nu cristiane), la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Bocaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: «Gli è più lontano che Abruzzi»); un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella son le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare… Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?), con una sola morale: il lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue”.

Oggi volevamo aprire l’articolo con uno stralcio della lettera che Ennio Flaiano indirizzò all’amico Pasquale Scarpitti, pubblicata nel 1972 in “Disincanto”. È una lettera piena d’Abruzzo, di quell’Abruzzo genuino ed autentico che ancora si preserva tra i meandri dei suoi borghi e che ha il sapore di casa, anche se questa terra l’hai lasciata da giovane.

Abbiamo pensato che sarebbe stato bello cogliere l’occasione del Premio Flaiano per portarvi a conoscere meglio la sua figura, accostandola a quella di Gabriele d’Annuzio, nel percorso espositivo visitabile nel Mediamuseum di Pescara.

Il Mediamuseum offre la possibilità di accostarsi ai campi in cui Ennio Flaiano si è contraddistinto durante la sua vita: letteratura, cinematografia, teatro, radio e televisione, ma anche di approfondire la conoscenza di altre figure di spicco pescaresi, come Gabriele d’Annunzio o Basilio Cascella.

Il percorso dannunziano, infatti, si sofferma su alcune opere teatrali del poeta (come la “Figlia di Iorio”, la “Francesca da Rimini” o “Le martyre de Saint-Sébastien”) e cinematografiche (“L’Innocente”, “Cabiria”, “La Nave”), mentre la saletta dedicata alle fotografie di Basilio Cascella ci mostra quelli che erano i soggetti preferiti dall’artista: contadinelle abruzzesi e, in genere, soggetti umili legati alla tradizione popolare. Il museo ha anche una serie di dispositivi che hanno fatto la storia del cinema, come la stampatrice ottica per gli effetti speciali legata alla pellicola “Profondo Rosso” di Dario Argento, o la “Lanterna magica”, che rappresenta il primo tentativo di realizzare un cinema d’animazione.

Per avvicinarsi ad alcune delle maggiori personalità che hanno fatto la storia di Pescara e dell’Abruzzo vi aspettiamo domenica 30 giugno, alle ore 10:30 presso il Mediamuseum. Nella locandina sottostante trovate tutti i dettagli:

Nel salutarvi vi lasciamo con un’ultima riflessione di Flaiano, tratta sempre dalla lettera scritta all’amico Scarpitti, sperando di rivedervi presto:

“Conosco bene dell’Abruzzo il colore e il senso dell’estate, quando dai treni che riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosco. Poco so dell’Abruzzo interno e montano, appena le strade che portano a Roma. Dico sempre a me stesso che devo tornarci a “vederlo”. Non certo per scriverne, scrittori abruzzesi che possono dirci qualcosa dell’Abruzzo d’oggi non mancano, io indulgerei un po’ troppo nella memoria…”

 

Testo di Alice Petrongolo

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