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Andrà tutto bene

In questi giorni l’Italia sta scrivendo un nuovo capitolo della sua storia. Accendere la televisione o collegarsi al web senza sentire parlare del “coronavirus”, dei decessi e dei contagi che aumentano, è diventata un’utopia. C’è solo una regola che viene ripetuta da giorni ormai: restare a casa. Io vi scrivo da Torino, dove il mio mondo, quello della didattica, si è fermato dal 24/02, con un piccolo assaggio di libertà che ho respirato mercoledì 4 e sabato 7 marzo, per poi tornare a casa. Guardo dalla finestra arrivare la primavera, vedo dal mio balcone cartelloni appesi da bambini che con le loro madri disegnano un arcobaleno accompagnato dall’hashtag “andràtuttobene”.

Siamo stati obbligati a fermarci e non sappiamo di preciso fino a quando e anche se c’è ancora chi finge di non capire, l’Italia si sta fermando davvero. Dal mio balcone vedo sempre meno persone in giro e ai supermercati ci aspettano file di persone, che hanno iniziato a rispettare la distanza di sicurezza di un metro. In giro si inizia a vedere anche chi indossa la mascherina e c’è sempre qualcuno che ti guarda come se tu fossi un alieno.

Gli italiani sono chiusi nelle loro case, con i propri figli e con se stessi. I figli  stanno praticamente assorbendo i loro genitori, con compiti da fare assegnati dalle scuole ed attività creative da inventarsi per tenersi impegnati. Magicamente un padre ritrova suo figlio e una madre riscopre il valore del tempo da poter condividere con i suoi piccoli. Un tempo non richiesto, ma imposto, che riesce ad annullare il rumore assordante delle brutte notizie che giungono dall’esterno. Un tempo per ricostruire il senso della parola “famiglia”, troppo spesso dato per scontato.

Chi non ha figli ne approfitta per riprendere sottomano tutte le cose tralasciate: il libro sul comodino mai terminato, la serie che volevi vedere da tanto, il videogioco che non eri ancora riuscito a provare, quel corso online che ti sarà utile quando tutto tornerà alla normalità, l’approfondimento di passioni come la musica, la scrittura, il disegno. Molti si stanno dedicando a ritrovare se stessi. Adesso che siamo fermi riusciamo a dare voce a quel mondo interiore che abbiamo sempre soffocato, perché andiamo sempre di fretta. E quel mondo, insieme al tempo ritrovato con la propria famiglia, riesce a spegnere la paura che si respira per le strade. 

E poi c’è anche chi il lavoro se l’è portato a casa, adibendo una stanza domestica ad ufficio, perché è stata promossa l’idea dello “smart working” per evitare aggregazioni che favoriscano il contagio. C’è chi fermo non ci può stare, perché lavora in un campo che non può arrestarsi: penso a quei medici ed infermieri che sono i veri eroi di questa Italia in ginocchio. Senza orari, senza soste, a ripetere da giorni la stessa regola: “Restate a casa per favore!”. Personale in divisa con un potere speciale: salvare le vite umane e rallentare la corsa del virus che inesorabilmente non si arresta. Loro non hanno bisogno di ascoltare le novità trasmesse dal mondo, perché loro vivono in prima linea questo capitolo della storia italiana.

C’è, infine, chi patisce le regole imposte dallo stato, perché con un lavoro precario o con una partita Iva, è difficile arrivare a fine mese. Chi fa parte di queste categorie si sente abbandonato, non tutelato, incompreso e non può permettersi il lusso di fermare il proprio lavoro. Queste categorie ascoltano le notizie del mondo esterno che si mischiano alle proprie ansie personali, perché la loro testa è abituata a viaggiare veloce, pensando sempre ad un’alternativa per restare a galla e non affondare.

Al di là delle diverse situazioni personali che gli italiani stanno affrontando, ci sono però alcuni aspetti che ci accomunano.

Il primo è legato al mondo virtuale nel quale siamo obbligati a vivere in questi giorni, che ci fa riscoprire il valore del contatto umano. In tanti pregano per poter riabbracciare un proprio caro, perché oggi la vicinanza virtuale non ci basta più. Abbiamo capito il peso di un bacio, di una pacca sulla spalla, di una stretta di mano. La quotidianità si sta trasformando e ci sta allontanando, ma al tempo stesso ci fa apprezzare quei gesti scontati che hanno determinato, nell’immaginario collettivo, l’idea di un popolo caloroso. Quei gesti ci mancano, come ci manca l’idea che nel momento del bisogno si può sempre chiudere tutto e correre dai propri genitori, da un caro amico, dal proprio compagno. Adesso no, dobbiamo contare su noi stessi e restare a casa!

Il secondo aspetto che ci accomuna si lega alla nostra convinzione di aver superato il pregiudizio contro forme di razzismo, ma poi scopriamo che ci chiudono le frontiere come se il problema fosse soltanto “italiano” e non dell’intera umanità. Si sta ignorando il fatto che abbiamo a che fare con un virus che non guarda in faccia la nazionalità della sua vittima, il suo conto in banca, il colore della sua pelle.

Il terzo fattore che ci avvicina riguarda il concetto di altruismo. Pensiamo di saper aiutare il prossimo, ma fingiamo di non capire semplici regole, utili per superare questo capitolo il più velocemente possibile. Questo perché crediamo che i nostri bisogni vengano prima di quelli degli altri, quando basterebbe accettare che la solidarietà rappresenta un valore aggiunto per la salvezza. Sarebbe sufficiente chiedere all’altro “hai bisogno di qualcosa? posso aiutarti in qualche modo?”.

La verità è che l’Italia di questi giorni è un’Italia divisa in due: c’è un mondo interno ed un mondo esterno che cerca di non affondare. Nel mondo interno siamo tutti in pigiama, stretti nei nostri focolari domestici e respiriamo un’aria pulita. Viviamo una libertà apparente a casa, perché siamo costretti a quelle quattro mura che alla lunga diventano asfissianti.

Nel mondo esterno, invece, la nostra vita gravita intorno al virus e ci sentiamo in prigione, perché sono tante le cose che non si possono fare. Nel mondo esterno i focolari sono sostituiti dai focolai e dalle zone rosse. Fuori ci sono le auto-dichiarazioni e le persone da tenere a debita distanza. Respiriamo un’aria che ci sembra infetta ed abbiamo la sensazione di doverci sempre guardare le spalle.

Ma se mettiamo da parte tutte queste paure e proviamo semplicemente ad accettare che questo è un problema comune, che riguarda noi quanto il nostro vicino, che ognuno di noi ha una parte in questo capitolo, allora forse riusciremo a guardare con obiettività le vicende di questi giorni.

Pensavo al senso della parola “comunità” di origine latina: communitas, derivato di communis “che compie il suo incarico (munus) insieme con (cum) altri”. Una comunità si identifica dall’appartenenza ad una stessa razza, ad un medesimo territorio, lingua o religione. Una comunità è fatta da persone che hanno un legame e se tutti ci impegnassimo a rispettare questo senso di appartenenza, riusciremmo ad imparare tanto in questi giorni. Allora facciamo del nostro meglio per poter mantenere le promesse che stiamo facendo ai nostri bambini; promesse appese sui balconi degli italiani come pegno per una garanzia futura.

Ieri ho visto in diretta un bambino appendere con la madre il suo cartellone. È un bambino che non avevo mai visto, nonostante viva nel palazzo di fronte al mio. Tra qualche mese non ricorderò neppure il suo volto, ma il suo sorriso l’ho registrato bene. Dopo aver appeso il cartellone ha rivolto il suo sguardo verso la madre, era così soddisfatto ed orgoglioso di aver fatto la sua parte. Ho letto nei suoi occhi quel senso di appartenenza che oggi stiamo dimenticando. Mi pento di non aver aperto la mia finestra per ringraziarlo, avrei dovuto farlo. Sono i gesti come questo che ci danno forza e speranza. Lo ringrazio adesso ed è come se ringraziassi tutti coloro che non si arrendono, che rispettano il prossimo, che credono e ci ricordano che #tuttoandràbene.

 

Siamo un’Associazione che si occupa di didattica e di turismo. Abbiamo fatto dell’empatia e della sensibilità le virtù per arrivare alle persone. Ci sembrava giusto, in una fase così difficile che tutto il mondo sta attraversando, smuovere un po’ le coscienze e farvi sentire la nostra vicinanza, fiduciose del fatto che torneremo presto a svolgere il nostro lavoro. 

 

 

Testo di Alice Petrongolo

 

 

 

2 pensieri riguardo “Andrà tutto bene

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